Pubblicato da: gazzettadeglistudenti | 7 marzo 2009

Analisi del testo poetico “A mezzodì” – Gabriele D’Annunzio

Comprensione, analisi ed interpretazione del testo poetico

Il testo appartiene ai Madrigali dell’Estate, Alcyone (1904)

In questo madrigale D’Annunzio mette in atto una continua allegoria: egli allude infatti all’esperienza erotica avuta, fra le canne del torrente Montrone (nei pressi di Marina di Pietrasanta), con la donna amata, trasfigurata – con un riferimento mitologico – in ninfa, la “sorella di Siringa“, come si legge alla fine della prima strofa.

Significative sono l’ora del giorno e la stagione dell’anno in cui si svolge l’esperienza: un mezzogiorno d’agosto, il momento in cui il sole raggiunge la massima altezza in cielo, dando così vita alla massima arsura estiva, la quale sembra accendere ancor di più la passione ardente e il desiderio sessuale tra i due amanti, nonostante la terra riarsa (le “arsicce crete“) s’imbeva della pioggia d’agosto per mettere fine alla sua sete. Di questa sete partecipano altresì il poeta e la sua donna, in quanto entrambi assetati di desiderio carnale.

Per quanto concerne il livello metrico e ritmico, la poesia si compone di tre terzine e di un distico, tutti di versi endecasillabi fittamente rimati e ricchi di assonanze, di allitterazioni e di altri richiami fonici interni, con una coda in rima baciata (versi 10 e 11), come previsto dalla forma poetica del madrigale.

Un’altra rima baciata la si ritrova nei versi 5 e 6, in riferimento alle parole “amarulenta” e “lenta“, dove “amarulenta” – oltre ad essere un latinismo di pregevole fattura – è uno dei tanti termini aulici presenti nel componimento (gli altri sono “scopersi“, il bell’epiteto “nericiglia“, “ardenza” e l’aggettivo “arsicce“) che denotano la grande formazione umanistica, “classica” e retorica del poeta pescarese.

Le altre parole-chiave della poesia rimandano perlopiù al tema panico della fusione superumana con la natura (come i termini del lessico botanico “canne“, “ninfa“, “silvano“, “origano” e “menta“) e al desiderio lussurioso, nonché all’estasi dei sensi, per cui assumono una particolare importanza voci onomatopeiche come “rombo” (al verso 7) e i verbi “crepitar” e “fremere” (ai versi 8 e 10).

Peraltro, ad ogni strofa corrisponde una sfera sensoriale ben precisa, diversa dalle altre: alla prima stanza corrisponde un’esperienza visiva, mentre nella seconda prevalgono i sensi del gusto e dell’olfatto (“e nella sua saliva amarulenta/assaporai l’origano e la menta“). Nella terza strofa invece, al di là della sinestesia del primo verso, che mette in relazione un’esperienza uditiva con un fenomeno di natura tattile e visiva (“Per entro al rombo della nostra ardenza“), a prevalere è il senso del tatto, con il crepitio della pioggia sulle canne, nonché col suo calore, associato per similitudine a quello del sangue umano, che col suo colore rosso rievoca l’esplosione della passione tra il poeta e la sua donna. Infine, nella quarta strofa l’impressione uditiva si accompagna alla sete della terra e dei due amanti (“Fremere udimmo nelle arsicce crete/le mille bocche della nostra sete“).

Peraltro, il distico finale costituisce la strofa più interessante dal punto di vista retorico: l’espressione “arsicce crete” è una metonimia per indicare la terra riarsa dal sole, le “mille bocche” sono un riferimento metaforico e iperbolico ai numerosi interstizi attraverso i quali la terra si abbevera di pioggia per soddisfare alla sua “sete“, altro termine significativo che, letto in chiave allegorica, fa riferimento all’esperienza erotica che consente all’ io lirico di fondersi e di identificarsi con la natura, di “transumanare” grazie all’intrico dei corpi e delle membra, con la donna trasfigurata in ninfa e quindi fatta ella stessa natura, in una metamorfosi panteistica dell’uomo nella natura e nel mito, resa possibile solo grazie ad una violenta vitalità dionisiaca e alla superiore sensibilità dell’artista-superuomo, che solo è in grado di identificarsi con la vita vegetale.

È interessante rilevare come in questo madrigale compaia un elemento già presente in altre poesie della stessa raccolta (Alcyone) precedentemente composte, come “La sera fiesolana” (1899), “La pioggia nel pineto” (1902-1903) e “Lungo l’ Affrico” (1903). L’elemento a cui si fa riferimento è la “pioggia”, per mezzo della quale il poeta recupera in questa poesia immagini e sensazioni che già figurano nelle composizioni poetiche sopraccitate: ad esempio, ne “La pioggia nel pineto” si legge: “La pioggia cade/su la solitaria/verdura/con un crepitio che dura/e varia nell’aria” (versi 33-37), parole a cui fanno eco i seguenti versi di “A mezzodì “: “Udimmo crepitar sopra le canne/pioggia d’agosto” (versi 8 e 9). Sempre ne “La pioggia nel pineto” si legge poi: “E piove su le tue ciglia,/Ermione./Piove su le tue ciglia nere“, parole alle quali si ricollega il sofisticato aggettivo “nericiglia” del madrigale (verso 3).

Tuttavia, nella poesia “A mezzodì“, la pioggia non è soltanto un elemento esornativo che fa da sfondo al manifestarsi del piacere sensuale tra i due amanti, ma è anche fonte di freschezza, di refrigerio, ed è quindi essa stessa “piacere”, perché è il ristoro che tempera l’arsura della terra per mezzo delle “mille bocche” di quest’ultima, ed è al contempo l’elemento che rinfresca l’ “ardenza” del poeta e della sua donna.

E così, ai “grandi umidi occhi ove si tace l’acqua del cielo” e alla “pioggia che bruiva tepida e fuggitiva” de “La sera fiesolana“, si sostituisce il “fremere” sitibondo delle “bocche” della terra (le pozze in cui si distende l’acqua caduta dal cielo), per cui sembra che la “grazia del ciel” si miri nella “terra abbeverata” e che la terra stessa sia “argilla offerta all’opera d’amore“, come si legge in “Lungo l’Affrico“.

Ancora una volta, D’Annunzio fa “alta poesia”puntando sulla passione, sulla vitalità, sulla pioggia e sulla lode implicita del cielo e della terra, del mondo vegetale e della natura in tutti i suoi molteplici aspetti, sacri e profani, senza per questo riporre nel dimenticatoio l’ideologia superomistica, che ruota tutta intorno all’ “ulissismo”, vale a dire il desiderio di liberarsi da ogni legame interiore ed esteriore, trovando la propria stabilità nella continua trasformazione.

Ed è subito poesia, perché come scrisse lo stesso D’Annunzio in un celebre verso di Alcyone: “Natura ed Arte sono un dio bifronte”.

Pasquale Ambrosio


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